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Il dies a quo per il rimborso decorre quasi sempre dalla data di acconto


news del 05/10/2018

 

L’Agenzia delle Entrate conferma il costante orientamento della Cassazione

Nella risposta n. 1 alle istanze di consulenza giuridica, pubblicata ieri, l’Agenzia delle Entrate recepisce quello che, ormai da decenni, è il consolidato orientamento della Cassazione in tema di dies a quo delle domande di rimborso, argomento che rileva in special modo per imposte sui redditi e IRAP.

Ormai, è principio consolidato quello in virtù del quale la domanda di rimborso di tributi indebitamente pagati non incontra, nel merito, alcun limite, nel senso che il contribuente può avanzare istanza per qualsiasi ragione.
L’art. 38 del DPR 602/73 stabilisce però un termine di decadenza, che coincide con 48 mesi dalla data del versamento oppure del momento in cui la ritenuta è stata operata.

A seguito delle modifiche del DL 193/2016, a volte può essere meglio presentare una dichiarazione integrativa, compensando il credito che ne emerge nel rispetto dell’art. 2comma 8-bis del DPR 322/98. Questa soluzione, se è di certo migliore sotto i profili della tempistica per la realizzazione del credito, espone il contribuente a sanzioni ove la compensazione venga disconosciuta, potenzialmente anche di natura penale.

Quindi, si può sostenere che, altresì dopo il DL 193/2016, la classica istanza di rimborso, con susseguente ricorso contro il diniego espresso o tacito, non sia uno strumento ad oggi desueto.
Tornando all’argomento della risposta di ieri, i giudici di legittimità hanno da sempre sostenuto che il termine per la domanda decorre:
- dalla data di versamento del saldo, se il diritto al rimborso deriva da un’eccedenza dei versamenti in acconto rispetto a quanto dovuto a saldo oppure da pagamenti provvisorisiccome subordinati alla definitiva determinazione dell’obbligazione;
- dalla data di versamento dell’acconto se esso non era dovuto, ovvero non era dovuto in quella misura, o la relativa disposizione non era applicabile (Cass. 20 dicembre 2012 n. 23562; Cass. 31 marzo 2015 n. 6497; Cass. 14 ottobre 2016 n. 20783).

In sostanza, nella maggioranza delle ipotesi, anche per ragioni di prudenza, occorre conteggiare il dies a quo dal versamento degli acconti (nonostante non lo si dica espressamente, dal primo acconto).
Però, a ben vedere, si tratta di tesi che non convince appieno.
Come fatto presente dall’istante, la base imponibile può essere quantificata solo nel momento del saldo, posto che, per definizione, l’acconto è un versamento provvisorio. “La funzione dell’acconto è quella di limitare i vantaggi finanziari che il contribuente può conseguire quando il termine ordinatorio per il versamento dell’imposta sia successivo rispetto al momento in cui il relativo presupposto si è verificato e la base imponibile può essere quantificata con certezza”.

 

La tesi dell’istante è più persuasiva

Ne consegue che il dies a quo dovrebbe coincidere con il saldo. Soluzione accolta da alcuna giurisprudenza (purtroppo assolutamente minoritaria), secondo cui in base all’art. 1 comma 1 della L. 97/1997, l’obbligo di versamento degli acconti sussiste per coloro i quali abbiano presentato una dichiarazione a debito nel pregresso periodo d’imposta. Quindi, “è la dichiarazione dell’anno precedente a fungere da elemento costitutivo dell’obbligo di versamento degli stessi, ma è solo quella da presentare alla chiusura del predetto periodo a evidenziare con efficacia e liquidare, in virtù della capacità contributiva, l’obbligazione tributaria” (C.T. Prov. Torino 10 luglio 2013 n. 58/6/13). Allora, i 48 mesi ex art. 38 del DPR 602/73 non possono che essere conteggiati dal saldo, a prescindere dalla causa giustificativa del pagamento.

Tuttavia, come confermato dall’ampia giurisprudenza richiamata dalla Cassazione, l’orientamento prevalente va nel senso opposto. Tra le tante, le Entrate richiamano pronunce sulla mancata effettuazione della variazione in diminuzione in relazione all’utilizzo di fondi tassati (Cassazione n. 6497 del 2015) e la non debenza dell’IRAP per mancanza di autonoma organizzazione (Cass. n. 9325 del 2017).

 

[Fonte Eutekne]


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